QUARESIMA DI FRATERNITÀ – Il cammino, la veglia, le testimonianze 2026

Anche quest’anno avremo la Quaresima, un ‘tempo smisurato’ che ci porta a parlare diversamente e a possedere diversamente.
Una occasione nuova di ‘fare penitenza’, ricercando il giusto rapporto con la parola e con i beni.
Tra i ‘luoghi classici’ su cui la penitenza – come capacità di cambiamento, di perdono dato e ricevuto – il Centro Missionario Diocesano propone di riscoprire la pratica del digiuno. Oltre al valore che ha nel “disciplinarci”, il digiuno più che negare il pasto, lo prepara e lo celebra.

Questa è la dimensione che il CMD vorrebbe riscoprire: il digiuno come attesa e desiderio del pasto importante, confezionato con cura, festivo. Un digiuno “giusto” che ci aiuti a rimettere a tema la ridistribuzione delle risorse e dei beni nel mondo, i disquilibri sociali, la fratellanza umana; che sia occasione di impegno per un mondo più giusto e  per nuove opportunità di sviluppo per tutti: localmente e nel mondo.  Centro Missionario e Caritas Albese, in collaborazione, propongono alcuni progetti solidali da sostenere in modo particolare in  questa quaresima.

Per i ragazzi del catechismo è stata inoltre pensata una scheda che racconta la storia di un ragazzo pakistano, Abish e uno spunto per conoscere le caratteristiche di questo paese.

Il cammino di Quaresima, in tutte le sue declinazione vuole essere una nuova tappa del percorso di educazione alla speranza inizianto nell’ottobre missionario: che possa far di noi “Gente di Primavera”.

Ecco  dunque le proposte per la quaresima di fraternità:

Il CMD propone, inoltre di sostenere alcuni microprogetti di solidarietà nel mondo che avviano nuove occasioni di scambio e la condivisione da coltivare nel futuro insieme ai progetti “storici” del CMD:

Bolivia – Allestimento di una scuola di cucito a Bolivar. Referente : Aurora Del Duca OMG

India – Allestimento di un nuovo servizio di assistenza (clinica mobile) per i malati di lebbra nel nord est del paese. Referente: don Renato Rosso

Camerun – Referente: don Dieudonné Désiré Ngono

Moldavia – Sostegno per la manutenzione della struttura scolastica locale. Referente: Mariapia e diac.Fulvio Dalpozzo

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LA TESTIMONIANZA DI ALESSANDRA, VOLONTARIA OMG

 

Buonasera a tutti,
mi chiamo Alessandra Costa, vivo a Montà, ho 23 anni e sono quasi un’educatrice.

Otto anni fa ho conosciuto l’Operazione Mato Grosso, e da quel momento è diventata una parte fondamentale della mia vita.
Per chi non la conoscesse, l’OMG è un movimento di ragazzi, dai 14 anni in su, senza un’età “di arrivo”, che scelgono di regalare una parte importante del loro tempo libero facendo lavori manuali: imbiancature, sgomberi, traslochi.
Tutte le offerte che vengono raccolte non restano qui, ma vengono interamente devolute alle missioni in Perù, Ecuador, Bolivia e Brasile.

Nelle missioni vivono e lavorano famiglie, sacerdoti, giovani e adulti, tutti volontari, che scelgono di donare il loro tempo per la gestione di ospedali, scuole, asili, mense per i poveri, case parrocchiali: realtà soprattutto educative, dove al centro ci sono le persone.

Nel 2022 ho avuto la fortuna di partire per sei mesi.
Eravamo in 39 ragazzi, da tutta Italia. Sapevamo solo lo Stato in cui saremmo finiti, ma la destinazione precisa l’abbiamo scoperta solo una volta arrivati nelle capitali.

Io avevo un desiderio molto chiaro nel cuore: speravo di finire in una missione sperduta, a 3000 metri di altitudine, in mezzo al nulla, lontana dal caos.
E invece, quando ti dicono di non farti aspettative, hanno proprio ragione.

Sono finita nel deserto, a zero metri sul livello del mare, in una città che si chiama Nuevo Chimbote.
Una città strana, che per me all’inizio era incomprensibile: a dieci minuti di macchina c’era tutto e niente insieme.

C’era una parte più “cittadina”: ospedali, università, negozi, strade asfaltate.
E poi c’era la parte più povera: spazzatura ovunque, sacchi dell’immondizia colorati che quasi davano un po’ di colore al paesaggio.

Negli ultimi anni molte persone che vivevano sulle montagne hanno iniziato a scendere verso questa grande città, attratte dall’idea della fortuna, dei soldi, di una vita migliore.
Hanno occupato pezzi di terra, segnandoli con dei paletti, e hanno iniziato a costruire le loro case.
Una scelta fatta spesso senza consapevolezza, perché la loro vita, in realtà, non migliorava: anzi.
Se prima avevano almeno un pezzo di terra da coltivare, a Chimbote non avevano più niente.
E anche solo per guadagnare qualche soldo dovevano rimboccarsi le maniche dal mattino alla sera.

In quella grande distesa di terra, il fondatore dell’Operazione Mato Grosso ha deciso di far costruire sei asili tutti uguali, una grande scuola elementare, una scuola superiore, una mensa per i poveri e quattro parrocchie, per dare vita agli oratori.

Io ho vissuto con una ragazza italiana, Mary, e con altre 25 ragazze peruviane che lavoravano come maestre o come aiutanti negli asili.
Anche a me è toccata questa parte, ed è stato davvero un regalo enorme.

Quello che mi ha colpito di più, fin dal primo giorno, sono stati i sorrisi dei bambini.
Ridevano sempre. Sempre.
Magari non avevano i genitori, vivevano con i nonni, magari nessuno li guardava davvero… ma sorridevano continuamente.

L’ingresso all’asilo era un momento che mi commuoveva ogni giorno: arrivavano contentissimi, quasi dicendo “ciao mamma, lasciami qui!”.
E al momento del ritiro non mi lasciavano la mano.
Forse, in quelle sei ore di asilo, nonostante fossero così piccoli, capivano che potevano essere semplicemente bambini: spensierati, sereni, felici.

All’inizio, in quel posto, facevo fatica a riconoscere la povertà.
Perché io me l’ero immaginata diversa: pensavo alla povertà di chi coltiva la terra, di chi mangia quello che produce, di chi lavora nei campi.
A Nuevo Chimbote tutto questo non c’era.

Poi ho capito che la povertà era proprio davanti ai miei occhi.
Nei bambini che arrivavano all’asilo sporchi, e che a cui a volte facevamo anche la doccia.
Nei bambini con scarpe enormi, su piedi piccolissimi.
Nei piatti di riso e cipolle che mangiavano anche se non piacevano, perché per loro mangiare la sera non era affatto scontato.

Tornata dal Perù, tutti mi chiedevano: che cosa ti ha lasciato la missione?
Per molto tempo non ho saputo rispondere.
Poi ho capito che non mi aveva lasciato delle risposte, ma uno sguardo nuovo.

A Nuevo Chimbote ho imparato che la povertà non è solo mancanza di cose,
ma è soprattutto mancanza di tempo, di attenzioni, di carezze.
E ho imparato che la speranza può nascere nei luoghi più impensati:
in un asilo nel deserto, in un piatto di cibo semplice,
in un bambino che sorride anche quando non avrebbe nessun motivo per farlo.

Quei bambini mi hanno insegnato cosa vuol dire fidarsi della vita,
cosa vuol dire non affannarsi per il domani,
ma vivere fino in fondo l’oggi che ti è donato.

Forse essere missionari, forse essere davvero gente di primavera,
non significa fare cose straordinarie,
ma restare,
esserci,
prendersi cura.

Questa sera, davanti a questa croce che piano piano fiorisce,
porto con me i volti di quei bambini
e chiedo al Signore una cosa sola:
di non perdere mai quello sguardo,
di non smettere di credere che anche nel deserto può nascere vita
e che ognuno di noi, nel suo piccolo,
può davvero contribuire a rendere il mondo un posto migliore.