Ritornare alla “normalità” significherebbe autocondannarsi, di Leonardo Boff
Quando terminerà la pandemia da coronavirus non ci sarà permesso di ritornare semplicemente alla “normalità” di prima. Sarebbe, in primo luogo, una mancanza di rispetto per le migliaia di persone che sono morte soffocate a causa del virus, e una mancanza di solidarietà nei confronti dei loro parenti e amici.
In secondo luogo, sarebbe una dimostrazione del fatto che non abbiamo imparato nulla di ciò che è, o che è stata, bem più di una crise, bensì un appello urgente affinché possiamo cambiare il nostro modo di abitare l’unica Casa Comune.
Dsiamo chiamati a confrontarci col richiamo della stessa Terra Viva, questo super-organismo che si autoregola e di cui noi siamo la sua porzione intelligente e cosciente.
L’attuale “sistema” mette in rischio i fondamenti della vita
Ritornare alla conformazione anteriore del mondo, egemonizzato dal capitalismo finanziario neoliberale, incapace di risolvere le sue contraddizioni interne e il cui DNA é una voracitá per una crescita illimitata a costo di un super-sfruttamento delle risorse naturali e una indifferenza per la povertà e la miseria della maggiorparte dell’umanitá da esso stesso prodotta, significherebbe dimenticare che tale conformazione stà minando i fondamenti ecologici che sostengono tutta la vita nel pianeta.
Ritornare alla “normalità” di prima sarebbe prolungare una situazione che potrebbe significare la nostra stessa auto-distruzione.
Se non facciamo una “conversione ecologica radicale”, per usare le parole di papa Francesco, la Terra Viva potrebbe reagire e contrattaccare con altre minacce biologiche ancora piú violente, capaci di fare scomparela specie umana. Questa non é una opinione puramente personale ma anche di molti biologi, cosmologi e ecologisti che sistematicamente seguono il crescente degrado del sistema-Vita e del sistema-Terra.
Il progetto capitalista neoliberale é stato confutato
Una delle lezioni che abbiamo imparato da questa pandemia è questa: se avessimo seguito pedissequamente gli ideali del capitalismo neoliberale – conpetizione, concorrenza spietata, accumulo privato, individualismo, primato del mercato sulla vita e riduzione ai minimi termini dello Stato – la maggior parte della popolazione non ce l’avrebbe fatta. Ciò che ci ha salvato è stata la cooperazione, l’interdipendenza tra tutti, la solidarietà e una Stato sufficientemente forte, tale da poter offrire a tutti una possibilità di trattamento dal coronavirus, soprattutto attraverso una buona sanità pubblica.
Abbiamo fatto alcune scoperte: abbiamo bisogno di un “contratto sociale mondiale” , perché siamo ancora ostaggi di un marcato egoismo di alcuni paesi. Problemi globali esigono una soluzione globale, concertata con l’apporto di tutti i singoli paesi. Abbiamo assistito al disastro dell’Unione Europea, in cui ogni singolo paese seguiva il suo particolare piano, spesso opponendosi alla cooperazione con gli altri paesi. È stata una devastazione generalizzata in Italia, Spagna e ultimamente negli Stati Uniti dove la medicina é totalmente privatizzata.
Altra scoperta é stata l’urgenza di un “centro plurale di governo globale”, una ONU totalmente rinnovata che possa garantire a ogni comunità di vita (non solo umana, ma di tutti gli esseri viventi) il sufficiente per poter vivere in modo degno. I beni e i servizi della natura sono scarsi, e molti non rinnovabili: attraverso di essi dobbiamo soddisfare le necessità di base del sistema-vita, oltre a pensare alle generazioni future. É in questo senso che bisognerebbe pensare alla possibilità di un reddito universale minimo per tutti, ad ogni latitudine e in ogni continente.
Una comunità che condivide lo stesso destino
I cinesi hanno intuito con chiarezza questa esigenza introducendo il concetto di “una comunitá che condivide lo stesso destino per tutta l’umanità”: è un’espressione che troviamo nel rinnovato articolo 35 della Costituzione cinese. Ormai. O ci salviamo tutti. O tutti contribuiremo ad aumentare il numero di coloro che avanzano verso il funerale collettivo. Per questo dobbiamo cambiare urgentemente il nostro modo di relazionarci con la natura e con il nostro pianeta, non come padroni, calpestando e dilapidando ma come parte cosciente e responsabile, mettendoci ai suoi piedi, come “badanti” a servizio della vita.
Alla famosa espressione “non ci sono alternative”, propria della cultura del capitale, dobbiamo contrapporre l’altra espressione: “c’è una nuova alternativa”. Se la vecchia alternativa si fondava sulla centralità del lucro, attraverso le leggi del mercato, il dominio sugli altri (imperialismo) e sulla natura, la nuova alternativa vedrà la Vita, nella sua diversità, anche umana, con le sue molteplici culture e tradizioni, organizzare la nuova forma di abitare la Casa Comune. È possibile e perfettamente dentro le possibilità umane: abbiamo scienza e tecnologia, una enorme ricchezza monetària, ma manca alla gran parte dell’umanità, ai capi di Stato e soprattutto a coloro che detengono le redini del mercato finanziario globale, la coscienza di questa necessità e la volontà politica di realizzarla. Forse di fronte a un rischio reale della nostra estinzione come specie umana, dal momento che abbiamo ormai raggiunto i limiti di sopportazione della Terra, l’istinto di sopravvivenza ci renderá socievoli, fraterni, solidali e collaboratori gli uni degli altri. Il tempo della competizione é finito. Ora è il tempo della cooperazione.
L’inaugurazione di una civiltà biocentrica
Credo che siamo chiamati a inaugurare una civiltà biocentrica, attenziosa, amica della vita e come dicono alcuni “a Terra da boa esperança”. Il cosiddetto “Bien vivir e convivir” dei popoli andini incontrerá le condizioni necessarie per potersi realizzare: l’armonia di tutti con tutti, nella famiglia, nella società, con gli altri esseri viventi, con le acque, i monti e persino con le stelle del firmamento.
Come a detto bene il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz: “avremo una scienza non a servizio del mercato, ma un mercato a servizio della scienza”, E io aggiungerei: “…e una scienza a servizio della vita”.
Non usciremo dalla pandemia da coronavirua allo stesso modo come ci siamo entrati. Sicuramente ci saranno combiamenti significativi, forse anche strutturali. Il leader indigeno Ailton Krenak, della etnia Krenak, nella Valle del Rio Doce ha detto: “Non so se usciremo da questa esperienza allo stesso modo come ci siamo entrati. È come un passo perché possiamo vedere ciò che realmente importa; il futuro è qui e adesso, possiamo non essere vivi domani; speriamo di non ritornare alla “normalitá”.
Logicamente non possiamo pensare che le trasformazioni si faranno da un giorno all’altro. É comprensibile che le fabbriche e le catene produttive vogliano riprendere nella stessa logica di prima. Ma questo non sarà più accettabile. Dovranno sottomettersi a un processo di riconversione in cui tutto ,l’apparato produttivo indistriale e agroindustriale dovrà incorporarsi al fattore ecologico come elemento essenziale. Non basterà più la responsabilità sociale delle imprese. Si imporrà una nuova responsabilità socio-ambientale-ecologica.
Si cercheranno altre fonti di energia, alternative alle fossili, con minore impatto sugli ecosistemi. Ci si preoccuperà di più con l’atmosfera, con le acque e le foreste. La salvaguardia della biodiversità sarà fondamentale per il futuro della vita e della alimentazione umana e di tutta la comunità di vita.
Quale tipo di Terra vogliamo per il nostro futuro?
Sicuramente ci sarà un grande dibattito sul futuro che vorremo e su quale tipo di Terra vorremo abitare. Su quale potrebbe essere la visione più adeguata a partire dalla fase attuale della Terra e della stessa umanità, fase questa in cui appare sempre più chiaramente la percezione che non abbiamo un’altra Casa Comune da abitare se non questa in cui ci troviamo. E che abbiamo un destino comune, sia esso lieto o tragico. Affinché possa essere un lieto fine, é necessario avere cura della Terra affinchè tutti possano trovarvi posto, compresa la natura stessa.
C’é un rischio reale di una polarizzazione di modelli binari: da un lato movimenti di integrazione e di cooperazione generale e dall’altro lato il riaffermarsi degli egoismi nazionali con il conseguente protezionismo. Da un lato il capitalismo cosiddetto “naturale” o “verde” e dall’altro lato un comunismo reinventato di terza generazione, come prospettano il francese Alain Badiou e lo sloveno Slavoj Zizek .
Altri temono un processo di radicale brutalizzazione da parte dei “signori del potere economico e militare” per garantirsi i propri privilegi e il proprio capitale. Sarebbe questo un dispotismo aggiornato, potendo contare su sistemi cibernetici e sull’intelligenza artificiale con i loro complessi algoritmi, per introdurre in modo subdolo un sistema di vigilanza su tutti gli abitanti del pianeta. In questo caso, la vita sociale e le libertásarebbero permanentemente minacciate. Siccome ad ogni potere si contrappone un altro potere, nascerebbero grandi conflittia causa dell’esclusione e della miseria di milioni di persone che, nonostante la vigilanza imposta, non si accontenterebbero più delle briciole che cadono dal tavolo dei ricchi epuloni.
Non sono pochi coloro che propongono una “glocalizzazione”. L’accento sarebbe posto sul “locale”, sulla regione con le sue caratteristiche geologiche, fisiche, ecologiche e culturali, ma allo stesso tempo, aperta al “globale” che ci circonda tutti. In questo bioregionalismo potrebbe davvero realizzarsi un reale sviluppo sostenibile, usando dei beni e dei servizi del luogo.Praticamente tutto si realizzerebbe all’interno della regione, con imprese più piccole, con produzione agroecologica, senza necessità di lunghi spostamenti di merci e di persone, che consumano energia e inquinano. La cultura, l’arte, e le tradizioni acquisterebberoi nuovo vigore come parte importante della vita sociale. Il governo sarebbe partecipativo, diminuendo così le disuguaglianze sociali e la povertà, sempre possibilçe, nelle società complesse. Questa é la tesi che il cosmologo Mark Hathaway ed io difendiamo nel nostro libro “Il Tao della Liberazione”, del 2010, che ha riscosso un notevole interesse nella comunità scientifica e tra gli ecologisti, al punto che l’austriaco Fritjof Capra si è offerto per farne la prefazione.
Altri vedono la possibilità di un “ecosocialismo planetario”, in grado di realizzare ciò che il capitalismo, per essenza competitivo e escludente, se mostra incapace fare, cioè un contratto sociale mondiale, egualitario e inclusivo, rispettando la natura, in cui “il noi” (comunitario e societario) e non “l’io” (individualista) sará il perno strutturale delle societá e della comunità a livello mondiale. Questa tesi ha visto nel franco-brasiliano Michael Löwy il suo più brillante teorico. Avremo così, come riaffermano la “Carta della Terra” e l’enciclica di papa Francesco sull’attenzione alla Casa Comune, un modo realmente sostenibile di vita, e non solo uno sviluppo sostenibile.
Finalmente passeremo da una società industriale/consumista a una società a sostegno di tutta la vita, con un consumo sobrio e solidale; da una cultura dell’accumulo di beni materiali a una cultura umanistico-spirituale in cui i beni intangibili come la solidarietà, la giustizia sociale, il cooperativismo, i legami affettivi e, non ultimi, l’amorosità e la logica del cuore ne saranno i fondamenti.
Non sappiamo mquale di queste tendenze prevarrà. L’essere umano è complesso e indecifrabile, è mosso da sentimenti di benevolenza ma anche da grossolanità. È completo ma non totalmente preparato. Imparerà, tra errori e verità, che la migliore prospettiva per la convivenza umana, insieme a tutti gli altri esseri viventi della Madre Terra, deve orientarsi a partire dalla logica dello stesso universo: esso é strutturato, come ci dicono fior fiore di cosmologi e fisici quantistici, come un insieme di relazioni. Tutto è relazione, nulla esiste che non sia relazione. Tutto si aiuta vicendevolmente per continuare ad esistere e potersi evolvere insieme. Lo stesso essere umano é come un rizoma fatto di relazioni che si propagano in tutte le direzioni.
Se mi è permesso dirlo in termini teologici, è l’immagine e la somiglianza con la divinità que emerge come l’intima relazione di tre Infiniti, ciascuno singolare, del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, che eternamente esistono l’uno per l’altro, con l’altro e nell’altro; e attraverso l’altro costituiscono un Dio-comunionedi amore, di bontà e di infinita bellezza.
Tempi di crisi come il nostro, tempi di passaggio da un tipo di mondo ad un altro, sono anche tempi di grandi sogni e utopie. Sono le utopie che ci spingono in direzione del futuro, incorporando il passato, ma affondando la propria impronta nella sterra fertile del cammino della vita. È facile mettere il piede nelle impronte lasciate da altri, ma questo non ci porterà mai a nessun cammino di speranza. Dobbiamo lasciare la nostra impronta, segnata dalla irremovibile speranza della vittoria della vita, perché il cammino lo si fa camminando e sognando. E allora, camminiamo!
03/05/2020

